My name is Death and the end is here (sacchan90) wrote in cantamimusa,
My name is Death and the end is here
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[DOCTOR WHO] Il Requiem dell'universo

Titolo: Il requiem dell'universo
Fandom: Doctor Who
Personaggi: Rose Tyler, Mickey Smith
Parte: 1/1
Rating: PG
Conteggio Parole: 1517 (FdP counter)
Riassunto: Rose è intrappolata nell'universo parallelo, lontana dal Dottore, il cuore spezzato e la mente piena di ricordi.
Note: Scritta per la sesta settimana del COW-T di maridichallenge, per il prompt "nostalgia"


La notte calò lentamente su Londra, esattamente come cadeva lentamente nella Londra dalla quale Rose realmente proveniva, gettando tutto nell’oscurità e rivelando le sue stelle.
Le stelle non erano diverse da quelle che Rose poteva vedere dal suo appartamento nel suo universo; poteva ancora riconoscere una ad una le costellazioni, individuare la stella polare e disegnare con la punta del dito indice il contorno del Grande Carro.
E fu esattamente quello che Rose fece seduta su una delle sedie in ferro lasciate nel giardino nella casa dove aveva iniziato a vivere da qualche mese: l’indice destro tracciò una linea immaginaria tra i puntini luminosi del Grande Carro a ricostruire la costellazione.
Con un sospiro lasciò ricadere la mano in grembo e restò a fissare il cielo puntinato in silenzio religioso, senza bisogno di pensare perché il suo cuore già sapeva ogni pensiero che avrebbe potuto formulare.
Ogni sera Rose si ritrovava seduta su quella sedia, piuttosto malferma a causa di una lieve distorsione della gamba destra posteriore, e fissava il cielo per minuti –qualche volta anche ore- in totale solitudine.
Jackie e Mickey avevano capito sin dalla prima sera che Rose aveva bisogno di quei minuti da sola per far fronte al dolore che provava, consapevoli che non c’era nulla che loro potessero fare per aiutarla. Pete invece, probabilmente perché non aveva mai avuto una Rose per tutta la sua vita, non riusciva a capire quei momenti di isolamento e mutismo, ma su consiglio di Jackie neanche lui aveva insistito.
E Rose era grata alla sua famiglia, ma questo non aiutava per niente il suo dolore. In realtà neanche guardare il cielo fino a che il collo non le faceva male non era di molto aiuto, ma almeno la faceva sentire meglio.
Arrivata in quel nuovo universo, così dissimile e simile al suo, non aveva mai ceduto alla lusinga della speranza di vedere una cabina della polizia in mezzo al cielo.
Le prime settimane ebbe paura di guardare il cielo perché il suo cuore sapeva che non c’era nulla tra quelle stelle .
Nulla per lei.
Quelle stesse stelle che aveva visto nei suoi viaggi, così vicine e brillanti da farle sciogliere il cuore nel petto, ora erano più distanti che mai. Aveva visto le stelle più brillanti dell’universo per poi essere confinata in un luogo dove la loro luce strabiliante non le sembrava neanche un piccolo puntino luminoso.
Poi aveva iniziato quel rituale serale senza neanche accorgersene: perché il suo cuore sapeva anche che doveva comportarsi in quel modo. Forse era la voce dell’universo, qualcosa che non l’aveva mai lasciata da quando aveva visto nell’anima del Tardis.
Gli occhi di Rose passarono in rassegna un numero realmente infinito di puntini luminosi senza trovare nulla su cui soffermarsi più di qualche istante, come ogni notte.
Era pronta ad alzarsi quando sentì una mano posarsi leggera sulla sua spalla: non dovette neanche voltarsi per sapere che era Mickey, era fin troppo deducibile dalla cadenza dei suoi passi e dalla calma del gesto. Con naturalezza inclinò la testa verso la mano dell’altro, in cerca di maggiore contatto. Era la prima volta che il suo piccolo rituale veniva interrotto, e per un momento di pura euforia ne fu felice.
“Troverà un modo per tornare a prenderti.” Sussurrò il ragazzo cercando di suonare convincente.
“Non può.” Rispose la ragazza con un filo di voce, lottando per ricacciare indietro le lacrime.
“Questo non lo fermerà, è il Dottore. Lui non si ferma di fronte a nulla.” Continuò Mickey sorprendendosi lui stesso della sincerità delle sue parole.
“Non tornerà.” Affermò Rose più decisa tornando a controllare il cielo così lontano e vuoto. “Resterò qui per sempre, Mickey, inchiodata a questa Terra.”
Mickey non rispose subito, squadrò con attenzione la ragazza notando il lieve aggrottamento delle sue sopracciglia e per poco non gli si spezzò il cuore.
“Non che sia così male…” continuò la bionda cercando di sorridere. “…tenere i piedi per terra una volta tanto e vivere una vita normale…”
“Rose non eri tagliata per una vita normale anche prima di incontrarlo, figuriamoci adesso…”
Rose si voltò finalmente verso Mickey, il quale non fu per niente sorpreso di trovarsi di fronte l’espressione più affranta e stanca che potesse immaginarsi, e si limitò a scuotere la testa. Mickey avrebbe voluto abbracciarla e tenerla stretta finché non si fosse sfogata del tutto, ma sapeva che ciò avrebbe solo peggiorato la situazione e, quindi, rimase immobile accanto alla persona che amava di più nell’universo – o meglio, in due universi- senza poter far nulla.
“Tu sai cosa significa Mickey, tu sai cosa ho visto, sai cosa si prova ad essere lì.” Rose prese una piccola pausa e alzò un dito con discrezione ad indicare la vastità del cielo, via via sempre più scuro. “Come posso scordare e vivere come se nulla fosse?” domandò con una dolorosa nota di disperazione ad incrinarle la voce.
Mickey prese la bionda per mano e con gentilezza la fece mettere in piedi, posò le mani sulle spalle di lei e la guidò davanti a se, poi la fece girare e le indicò il cielo.
“So quello che hai perso, Rose, ma l’hai avuto. Quante persone possono dire lo stesso? Quante hanno accompagnato il Dottore nelle sue assurde avventure?” strinse la presa sulle spalle dell’altra in un gesto di incoraggiamento. Non potendo vederne il volto sperò che il successivo silenzio fosse un buon segno. “Guarda quella stella lì.” Indicò una stella a caso, avvicino il volto all’orecchio di Rose e fu investito dall’odore del balsamo dell’altra ragazza. Quella vicinanza a cui non era più abituato lo fece tentennare, abbassò cautamente il braccio e allentò la presa sulle spalle della ragazza, come se quel minimo controllo potesse evitargli di pensare a quanto gli mancasse Rose. “Potresti averla vista da vicino come nessuno mai.”
“E’ vero.” E la voce di Rose tradì il sorriso che le curvò le labbra. “Ho vissuto esperienze che quasi tutti gli esseri umani non hanno vissuto: ho visto pianeti lontani, ho conosciuto razze aliene che neanche la fantasia più audace riuscirebbe ad immaginare, ho toccato con mano la storia, ho preso parte alle situazioni più disparate. Ho visto ciò che quasi nessuno ha visto … Presumo di dovermi accontentare …” e poi improvvisamente la sua voce si ruppe in un singhiozzo trattenuto a fatica. “Ma non ci riesco Mickey, non ci riesco e non riuscirò mai!”
Un istante dopo Mickey abbracciò forte Rose, ignorando la sua testa che lo supplicava di non continuare a farsi così male, poggiando la testa sulla spalla della ragazza, la quale sembrò stringersi a sua volta, come un riccio, affinché Mickey l’abbracciasse meglio.
“Rose…”
“E’ ingiusto, Mickey” sussurrò Rose trattenendo con un enorme sforzo le lacrime. “Ho toccato il cielo, letteralmente, e ora sono di nuovo qui. Ogni sera spero di vedere una cabina della polizia blu tra le stelle o di sentire il suono del Tardis qui in giardino … e puntualmente non succede. Puntualmente lui non torna.”
Arrivare al nocciolo del dolore di Rose fu devastante per entrambi: Rose sarebbe voluta scappare in camera sua e piangere fino ad addormentarsi e sognare del Dottore; Mickey avrebbe voluto prendere Rose, guardarla negli occhi, e dirle che lui era lì, che era rimasto con lei; ma nessuno dei due fece nulla.
“E quello che mi manca di più è il Dottore.” Ammise Rose con un filo di voce. Per quanto fosse strano parlare del Dottore quando Mickey la teneva stretta in quel modo, continuò. “Mi manca il suo atteggiamento positivo, il suo sorriso, il suo entusiasmo per ogni piccola cosa nonostante i suoi novecento anni. Mi mancano le sue trovate completamente assurde, le sue parole inventate. Mi manca ogni cosa di lui.”
Ci fu un momento di silenzio in cui riecheggiò la continuazione di quell’elenco di Rose.
“L’universo ha una sua voce e credo che esserne lontani provochi un dolore particolare. Forse è una sorta di Requiem dell’Universo …” ipotizzò Rose, la voce improvvisamente calma. “Un dolore che ti stringe il cuore ogni volta che respiri, che non ti lascia mai, non ti fa male, ma ti logora lentamente. E’ la nostalgia più forte che si possa provare.” Ammise la ragazza in un sospiro. “Nostalgia per la mancanza dell’universo, Mickey: non si può non essere nostalgici quando si perde ciò da cui proveniamo, ciò di cui facciamo parte. E’ così assurdo?”
Mickey non rispose, ma sapeva esattamente come si sentiva la ragazza. Anche lui provava quel sentimento: nostalgia di quando passava ore a ridere con Rose, nostalgia di quando poteva scostarle i capelli dal viso prima di baciarla, nostalgia di quei momenti in cui Rose si irrigidiva ad ogni bacio per poi sciogliersi, quasi letteralmente, nel suo abbraccio. Nostalgia di quando Rose era sua e non di un folle alieno chiamato il Dottore.
“Il dolore si può superare, la nostalgia invece ti rimane dentro per sempre.” Sentenziò amaramente la bionda.
“Imparerai a conviverci, Rose. Ti aiuteremo noi…ti aiuterò io” cercò di tranquillizzare Mickey.
Rose si allontanò dalle braccia di Mickey e si voltò in modo da guardarlo negli occhi. Era sicura che la sua espressione affranta non fosse molto diversa da quella sul volto del ragazzo.
“No Mickey, nessuno può aiutarmi. Anzi, l’unica persona che potrebbe farlo è in un altro universo. Il mio universo. Questa nostalgia non mi lascerà mai finché avrò memoria di come è davvero l’univeso. Devo solo abituarmi perché durerà molto, molto a lungo.”
E Rose, dopo che un ombra di un sorriso le curvo appena le labbra, si allontanò diretta verso l’abitazione, lasciando dietro di se un Mickey con gli occhi al cielo.
Tags: fandom: doctor who, pairing: doctor/rose, scritti: fanfiction
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